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Ordinary wonders

IN UTERO

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FLWATER

I racconti di Mayim

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Galleria di fotografie, acquisite su pellicola e non alterate. La tiratura per ogni opera è di 7 esemplari, compresa qualsiasi misura; prediligo la stampa 100x66 cm su Dibond con distanziali e Plexi frontale.

In questa galleria vedete le opere presenti alla mia mostra personale nella Galleria 10.2! International Research Contemporary Art del magggio 2014 a Milano.

Queste fotografie rappresentano "semplici" riflessi di luce solare su acqua di torrenti che scorrono su rocce naturalmente colorate.
Gli originali sono tutti su pellicola invertibile e nessuna alterazione della forma delle “scritture di luce” o dello sfondo viene fatta; talvolta intervengo leggermente sul contrasto, raramente nel taglio.

Un'opera comincia a parlare attraverso un'emozione che le parole non possono esprimere, ma chi vuole conoscere il punto di vista dell’Autore può leggere il testo che segue.

 

"In principio Dio creò non solo il cielo e la Terra, ma anche l’acqua.
In principio creò Mayim, l’acqua primordiale (Genesi, I 1).

Soltanto dopo venne il primo giorno, nel quale creò la luce.
La luce bambina , appena creata, ha quindi giocato con l'acqua e vi si è riflessa correndo, guizzando ma anche scrivendo e disegnando.

In queste opere c'è l'acqua, c'è l'energia del sole, c'è la "polvere" come roccia. Da tutto questo è nata poi la vita, fino a noi che abbiamo un corpo “degno” di contenere spirito e coscienza per guardare dentro le acque scorgendovi bellezze e richiami.
Bellezze e richiami che ci portano alla Forza Creatrice.

Con la fotografia, che più di ogni altra arte può unire ragione e fantasia, osservazione e contemplazione, realtà e creatività, 
noi possiamo oggi trasformare in immagini ciò che in quelle acque vediamo e sentiamo.
"

Queste opere vogliono quindi essere il ricordo, l'omaggio ma soprattutto
il ritorno
a quel primo incontro.

E così dalla grande Creazione dell’acqua nascono tante altre miracolose creazioni. 
Le "nostre".


...

O forse no.
Forse semplicemente Mayim si serve d'incoscienti fotografi
per mostrare che gioca con sua sorella minore, la luce.

 

Testo critico    Gigliola Foschi - Carlo Delli  I racconti di Mayîm

La bellezza del creato non è un attributo della materia in se stessa: è un rapporto tra il mondo e la nostra sensibilità (…) una cosa bella non contiene alcun bene al di fuori di se stessa, nella sua interezza, quale ci appare. Noi le andiamo incontro senza sapere che cosa domandarle, ed essa ci offre la propria esistenza.”
.                                                                                                                                                   Simone Weil  Attesa di Dio


La terra forse non lo sa, ma ha bisogno di essere narrata, che qualcuno la incontri, che qualcuno la canti con parole o immagini. “La terra non dispone di uno specchio, siamo noi ad esserlo per lei”, scrive il filosofo Duccio Demetrio (1). Carlo Delli ne è pienamente consapevole: per questo il suo lavoro va oltre i discorsi in difesa della natura – solitamente sostenuti dagli ecologisti – e si trasforma in un impulso spirituale, in un sentire poetico. La terra non si merita infatti di essere trattata ed esaminata come un’astrazione, o di essere rappresentata solo come un corpo ferito, da curare e da difendere: ci chiede di saper ascoltare tanto i suoi appelli visibili ed espliciti, quanto quelli più sotterranei, nascosti e in apparenza insignificanti; ci chiede di soffrire per i colpi che le infliggiamo, ma anche di saperci incantare davanti alla sua bellezza;  di avere consapevolezza che il linguaggio sacro del cielo è fuso con quello della terra, perché la “casa del cielo” è anche quaggiù, tra le spighe del grano, i ruscelli, i ciuffi d’erba selvatica.
.      Fotografo naturalista vicino allo spirito che guidava il grande Ansel Adams, Carlo Delli scrive: “Dio non si sente o si vede solo in chiesa, Dio si vede anche e soprattutto nella Natura (….). Non si può dubitare facilmente che l’Universo e la Natura del nostro pianeta siano opera di un Essere supremo e unico”. Solo se nutriti da un sentimento di appartenenza cosmica e di religiosità nei confronti della Natura gli uomini possono raccontare la terra senza limitarsi a rappresentarla.  Possono creare opere  capaci di reinviare al mistero dell’essere e far emergere qualcosa di non riconducibile alle certezze del pensiero. Non a caso, dunque, Delli  intitola I racconti di Mayîm questa sua nuova serie di fotografie. Nel primi versetti della Genesi  è infatti scritto: “ Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (ebraico: mayîm).  Dio disse “Sia luce!” e luce fu. Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”.  La luce, creata prima della divisione tra la “distesa” del cielo e  l’ “asciutto” della terra,  ha “quindi giocato con l’acqua (mayîm)  e vi si è riflessa correndo, guizzando ma anche scrivendo e disegnando” – scrive l’autore.
.      Le sue fotografie vogliono quindi essere un omaggio alla grandezza di Dio, creatore del cielo e della terra, e al contempo un ricordo, quasi un “cantico nuovo” di quel primo incontro tra la luce e le acque appena liberate dalla coltre delle tenebre.  Diversamente dai grandi artisti romantici del Nord Europa, Delli è però lontano dal sentimento del sublime naturale presente nelle loro opere. Certo anche per lui è fondamentale esprimere l’esperienza dello spirito e del trascendente attraverso una natura vista come manifestazione di Dio, ma non contrappone la fragilità dell’individuo all’immensità  schiacciante e grandiosa dell’universo, né crea atmosfere di mistero che si avvicinino a una dimensione ultraterrena  (come invece si proponevano maestri quali Friedrich o Turner). Egli non punta lo sguardo verso il cielo infinito, ma lo avvicina  alla terra fin quasi a sfiorarla. Un terra bagnata dalle acque, irrorata dai ruscelli, dalla luce; e la luce – come già nel Paradiso di Dante – si coniuga con la letizia, non con la malinconia inquieta degli artisti romantici.  Nelle immagini di Delli sentiamo così la gioia, l’”allegrezza” dell’incontro magico e instabile tra luce e acqua; avvertiamo la sua capacità di essere in sintonia e di assecondare i mutamenti del fluire dell’acqua dei ruscelli che scorre tra sassi e pietre levigate.  Sentire la religiosità della terra significa per questo autore assumere uno sguardo disposto a posarsi, meravigliato, su ogni minima cosa della natura che possa essere osservata da vicino, calpestata, toccata. Uno sguardo che smetta di guardare verso l’alto o di chiudersi in un ambito rassicurante dove s’incontra solo il già noto; capace di uscire dal cupo e colpevole disincanto dei giorni  odierni,  per aprirsi agli infiniti incantesimi terrestri, all’enigma dell’essere.
.      “Non possiamo essere mai abbastanza estranei o inferiori alla natura. È carne della nostra carne, ossa delle nostre ossa” (2) sosteneva verso la metà dell’Ottocento il filosofo americano Ralph W. Emerson.  E, in sintonia con tale sentire, Carlo Delli si avvicina alla terra per viverla,  per ascoltarne il respiro, non solo per vederla. Così, s’incammina solitario nel paesaggio alla ricerca del silenzio, fino a trovare uno stato di grazia in grado di  riaprirgli gli occhi, troppo spesso velati, restii ad accogliere la bellezza che la natura ci offre anche attraverso un semplice raggio di sole, baluginante inquieto su un ruscello. Guardare non è vedere. Affinché il  guardare si tramuti in vedere, è necessario – scrive il filosofo Silvano Petrosino –  “che l’atto del cogliere sia esercitato secondo l’ordine dell’accogliere” (3), che la visione sia sorretta  da un atteggiamento di cura, da uno sguardo disposto ad accogliere e salvaguardare. Ed è grazie a tale vedere capace di stupore e cura che  le immagini di questo autore non hanno bisogno di trucchi, alterazioni, manipolazioni. La loro magia carica di vitalità nasce solo dal suo incontro silenzioso con la bellezza della natura.
Dalla capacità di  cogliere il bagliore fuggevole della luce che, danzando sull’acqua di un ruscello, crea graffiti luminosi simili a diafane lettere di alfabeti sconosciuti, a voli di farfalle invisibili, a note musicali di uno spartito inesistente. Così le sue immagini, nate da un semplice e diretto prelievo della realtà, sfuggono alla banale logica di una piatta rappresentazione della natura.  Divengono più una mimesi dei silenzi che delle forme, rinviano più all’invisibile che al visibile. Esse si fanno alchimia: trasmutano il corpo della natura nella lingua vivente della poesia. La fotografia diviene allora un percorso d’amore in vista di un ritrovamento, di un nuovo sentire nel nome dell’empatia.

.                                                                                    Gigliola Foschi, Milano, febbraio 2014

.                                       Docente di storia della fotografia presso l'Istituto Italiano di Fotografia,
.                                                      membro del comitato della fiera MIA (Milano Image Art fair).  



1) Duccio Demetrio, La religiosità della terra. Una fede civile per la cura del mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2013, p. 74
2) R.W. Emerson, Il metodo della natura, La vita felice, Milano, 2012, p.29.
3) Silvano Petrosino, Piccola metafisica della luce, Jaca Book, Milano, 2004, p. 53.


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